Anobii, il tarlo della lettura in libreria

mercoledì 25 novembre 2009

Anobii è diventato un vero e proprio fenomeno di massa che coinvolge milioni di lettori da ogni angolo del pianeta unendo sotto una stessa bandiera tantissimi colori diversi, che unisce passione per la lettura e tutti i meccanismi del social network tipico, ovvero tanta comunicazione tra utenti e parecchie occasioni per condividere interessi, pensieri, idee.
Poteva mancare un libro a riguardo? Certo che no. Tutti gli anobiiani lo aspettavano. Perchè leggere di qualcosa che appassiona e di cui ci si sente profondamente parte, è bello e coinvolgente. Il libro, edito da Rizzoli, costa 18 euro, con il ricavo che andrà in beneficienza a Emergency. Un motivo in piu' per acquistarlo.

Questa bella iniziativa racchiude le 5 recensioni piu' votate dei 100 libri piu' popolari. La particolarità, per l'appunto, è che le recensioni non saranno a firma di prestigiosi giornalisti e critici letterari ma dei competentissimi lettori anobiiani. E che lo dico a fare, che senso avrebbe altrimenti.

Tra i libri presenti si andrà da Larsson a Pirandello, da Nabokov a Barbery, Palahniuk, Kundera, Paletti, Pennac, Calvino, Rowling, Saviano, Messe, Eco, Brown, Benni, Hosseini, Ammaniti, Hemingway, Tolkien, Meyer, Coelho: classici senza tempo e bestseller sono qui raccolti in una una vera e propria playlist, da leggere con curiosità e in pieno relax, magari ci scappa pure un suggerimento stuzzicante di lettura.

Il sottoscritto non ha la propria recensione da mostrare orgoglioso in questa lettura. Pazienza. Anche se un po' mi brucia.

La copertina è comunque molto bella. Complimenti a Rizzoli.



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Un "matto" da bestseller alla corte di Christopher Moore

COMMEDIA nera ispirata a Shakespeare, Fool, il nuovo libro di Christopher Moore, scrittore diventato ormai un classico della letteratura americana, rivisita la celebre storia di King Lear, in chiave divertente e grottesca, con assassini, stregoni, bravate e tradimenti. Moore guarda e interpreta gli avvenimenti con gli occhi di Taschino, il matto di corte e il risultato affascina e conquista. Il libro, scritto con un linguaggio fresco e dissacrante, è andato a ruba tra i suoi fan americani ed è stato consacrato besteller dal New York Times. Affermazione meritata perché Fool s'impone come un fantastico compendio dell'intero percorso di Moore scrittore e di tutti i suoi precedenti successi (in Italia Elliot ha pubblicato in passato Un lavoro sporco, Il Vangelo secondo Biff e Suck!). Moore vive a san Francisco e, prima di diventare autore di romanzi, è stato commesso di supermercato, portiere di notte, cameriere, aiuto fotografo, assicuratore, piastrellista, vicecuoco e molto altro ancora. I suoi libri, sono tradotti in mezzo mondo e si sono quasi sempre piazzati tra i primi posti nelle classifiche. A riprova che il talento, quando c'è, seppure nato nei terreni più improbabili, riesce a emergere per la gioia dei lettori. Fool è quasi una favola, paradossale e senza tempo. La racconti in quindici righe. "Fool è la storia del King Lear di Shakespeare, narrata dal punto di vista del fool, il Matto, ovvero di Taschino. King Lear è anziano e decide di dividere il suo regno fra le sue tre figlie, in base a quanto esse dicono di amarlo. Le sue figlie più grandi, Goneril e Regan, gli mentono, dicendo che il loro amore per lui è più grande di ogni cosa, ma la sua figlia più giovane, Cordelia, gli risponde che lei lo ama solo nel modo in cui è giusto che una figlia ami un padre. Ma, per questo, lui la bandisce e con lei il suo migliore amico, il Conte del Kent, che la difende. Il resto della storia racconta di come Lear arrivi a pentirsi della sua decisione e di come le sue figlie tramino per impadronirsi dell'intero regno. Nella mia rilettura, il Matto, Taschino, il personaggio meno influente a corte, manovra tutta l'azione di nascosto, manipolando le sorelle e i loro mariti, e ottenendo alla fine una sorta di giustizia, assistito da un fantasma e dal suo apprendista assistente matto, il gigante Drool".

Prima di scrivere, lei ha fatto molti mestieri e di tutt'altro tipo. Come è arrivato a scalare le classifiche? "Ci sono voluti molti anni prima che io diventassi uno scrittore da classifica. Ho iniziato tardi pubblicando il mio primo libro a 33 anni, ma da allora ho sempre provato a fare ogni volta qualcosa di un po' diverso. Sono riuscito a rendere rendevo ogni libro divertente e mi sono occupato di argomenti che sfidano i canoni della commedia, come ad esempio la vita di Gesù o la tragedia più cupa di Shakespeare". Come sceglie la trama dei suoi romanzi, ne ha già uno nuovo in cantiere? "Solitamente scelgo trame che trattino argomenti che mi incuriosiscono e di cui voglio sapere di più. Con Fool si trattava di Shakesperare e della società medievale. Proprio ora sto lavorando a un libro ambientato a Parigi alla fine del XIX secolo, incentrato sui pittori, e ho imparato tutto sull'arte e la pittura. Spero di scrivere un libro ambientato a Venezia nei prossimi anni, così potrò passare del tempo lì, ma per adesso siamo ancora allo stato embrionale".

Christopher Moore
Fool
Traduzione di Chiara Brovelli
Pag 337, euro 18,50

AUTORE DELL'ARTICOLO e DELL'INTERVISTA: Silvana Mazzocchi
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Ma come si fa a non amare due copertine come queste?

giovedì 19 novembre 2009

...E i contenuti e gli autori sono di pari livello.

Il 5-6-7-8 dicembre finalmente incontrerò a Roma questa casa editrice che si, mi sta facendo
spendere soldi su soldi ma mi sta regalando letture indimenticabili. Oltre ovviamente a delle copertine che sempre nelle mie librerie svetteranno per una particolare bellezza e creatività, che mi fanno girare la testa (in senso positivo chiaramente).






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Natale si avvicina e...

mercoledì 18 novembre 2009

Natale si avvicina, i giorni volano e con essi accendono il motore, piu’ caldo che mai, anche i desideri. Le liste. Dei lettori ovviamente. E si infoltiscono, come se già non lo fossero abbastanza, come se il sacco delle proprie speranze non sia già abbastanza colmo da strabordare ovunque . Una sorta di letterina a Babbo Natale per coloro che bambini sulla carta d’identità è attestato non lo siano piu’ ma che in qualche modo lo sono rimasti dentro. Eterni Peter Pan. E sentono in qualche modo un legame irrinunciabile con le credenze che per almeno un giorno l’anno diventano sogni in cui credere piu’ che mai, sapendo che qualcuno ti sta pensando e che magari quella luce lontano in cielo sta fissando proprio te, spiandoti. Magia.
Si dice che Natale sia diventato ormai la festa delle aziende, delle pubblicità, del mero ricavo economico. Niente di piu’ stupido, dal mio punto di vista. Dietro ai cosiddetti acquisti materiali, c’e’ un’idea che nasce da un attimo, che viene pensata, che viene costruita, un gesto spontaneo che prende vita , un sentimento di appartenenza, di vicinanza, di vita. E questo Natale sarà un po’ piu’ particolare dei precedenti. Il gruppo, oserei dire di amici ancor prima che dei lettori di Corpi Freddi presente su Anobii, si è voluto dimostrare ancora una volta non un semplice insieme di persone ma un vera e propria unità nella quale confluiscono tante personalità, tanti visi, tante parole, tante voci, tante gestualità tra loro tutte differenti ma ciascuna delle quali cosi’ particolare da non poter passare inosservata. Non che l’idea abbia preso corpo e abbia dato il via alle danze con il gruppo anobiiano di cui faccio parte, è un’iniziativa già pensata e “vissuta” da altri, pero’ è sempre molto d’impatto la vicinanza, la voglia di condivisione, il desiderio di dimostrarsi qualcosa nel concreto l’uno all’altro. E che nessuno dica che sono rapporti virtuali. Niente di piu’ falso e fuori luogo. Ognuno, data preventivamente la propria disponibilità, regala un libro a una persona che ha aderito, cosi’ che nasca la catena del libro natalizio. Una persona riceve da qualcuno un libro e ne regala un altro a un’altra persona. Magari con il bellissimo pensiero di una dedica in una pagina bianca o corredato da un bel bigliettino di Natale. E nessuno ovviamente saprà fino al momento del recapito, chi gliel’ha voluto regalare. Una catena legata da anelli di emozioni, interessi e pensieri che “lega” ma non “imprigiona”.
In questo momento, dopo essere passato per una libreria e aver acquistato il libro presente nella wish list della persona con cui sono stato estratto, mi metto comodo, in maglione, al caldo, a scrivere la mia dedica. Perché un libro già di per sé per un lettore ha un valore inestimabile, ma un libro con una dedica rimarrà unico nel suo genere e da portarsi sempre con sé nei ricordi.
Ora lasciatemi scrivere…scio’ scio’…
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L'informazione liofilizzata - Andrea De Benedetti

martedì 10 novembre 2009

Leggere il giornale non è semplice. Perché non si ha tempo, perché magari l’impostazione grafica ostacola una lettura riposante o magari perché anche la stampa stessa a volte è nemica di se stessa perché incapace di informare nella maniera piu’ appropriata. O magari è difficile perché lo si inizia a fare a partire dai titoli, momento catartico per ciascuno di noi, e anche questa non è una lettura scontata. E’ infatti in base al titolo che spesso si decide se è di nostro interesse l’edizione odierna di un giornale, oppure se un articolo merita di essere letto perché soddisfa una nostra curiosità. Il titolo rappresenta il primo approccio che si instaura con il mondo cartaceo dell’informazione, è il primo impatto visivo che ci attira o ci respinge. Addirittura il titolo per alcuni quotidiani rappresenta la propria carta d’identità con la quale si crea la fidelizzazione del lettore alla testata.
C’e’ molto altro in un giornale, benintesi non intendo affermare la centralità totalizzante ed esclusiva del titolo. Sarebbe pericoloso impostare l’equazione titolo=notizia o titoli=giornale. Però è innegabile che questa parte del giornale, che campeggia in alto, a caratteri maggiori (spesso cubitali) rispetto al resto degli spazi del quotidiano, rivesta un ruolo di ancoraggio (e di comunicazione) fondamentale. La priorità gli è automaticamente dovuta in qualche modo. Rappresenta la parte piu’ letta, per motivi di visibilità e spazialità concessole, e magari per la velocità con cui la si immagazzina e la si archivia, soprattutto se prigionieri della mancanza di tempo che spesso attanaglia le nostre giornate. Ma c’e’ un altro elemento, fondamentale, ma sul quale magari ci si sofferma poco ad analizzare e che è il tratto linguistico tipicamente da titolo di giornale, che si distingue non solamente da altri linguaggi della comunicazione, come quella pubblicitaria o quella politica ma che manifesta logiche, attenzioni, modalità di costruzione e anche un lessico e una morfologia diversi anche all’interno del giornale stesso. Il titolista dev’essere esaustivo in una riga, spesso attraverso l’utilizzo di uno-due termini chiave che facciamo “rumore” nella testa di chi legge, deve essere seduttivo, deve saper vendere la notizia “pubblicizzandola” al meglio delle sue capacità comunicative, dandole anche un connotato emotivo piuttosto forte.

Il libro di De Benedetti, attraverso una lucidissima e minuziosa analisi di cio’ che un titolista dovrebbe e non dovrebbe fare, di cio’ che rappresenta i vizi della linguistica dei giornali, dell’evoluzione del linguaggio giornalistico che continua ad adattarsi ai tempi, ci mostra come il titolo (ma anche il linguaggio dei giornali in generale) contempli un’amplissima casistica di vocaboli, frasi, morfologie a uso e consumo di chi deve “inventarsi” l’aggancio migliore da destinare al ricevente del prodotto informativo. Caso per caso, perché l’elemento piu’ interessante è il continuo confronto parallelo che l’autore ha voluto mettere in luce tra diversi quotidiani in Italia. E da quello che si evince, ogni quotidiano ha una propria “cultura” non soltanto in termini di veste grafica da indossare o della tipologia del carattere con cui è scritto o della diversa dislocazione dei diversi elementi che compongono la prima pagina, ma anche del tipo di TITOLAZIONE da proporre. Nell’attuale società della multimedialità e dell’intertestualità, ecco che la frammentazione dell’offerta è un’altra realtà con cui fare i conti. E i giornali si sono adeguati, cercando talvolta forse piu’ i “numeri” che non il “numero” in sé.
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Sono caduto anch'io nell'HarryPotterite

domenica 8 novembre 2009

Ebbene si, dopo un po' di tempo, anch'io mi sono convertito alla Rowling e al suo mondo magico. Convertito per ora è una parola grossa, diciamo che mi sono "iniziato" a entrare in questo nuovo mondo, cosi' amato, "idolatrato", cosi' ricchissimo di momenti, personaggi e immagini che hanno bucato il cuore di milioni e milioni di persone in ogni angolo del pianeta. Di fenomeni, letterari e non, cosi' totali, cosi' universali, se ne riconoscono pochi. E quei pochi rappresentano un po' la storia nei loro rispettivi settori di appartenenza (musica, film, sport, architettura, appunto letteratura).
Quindi mi sono state date le chiavi per aprire il portone per entrare senza documenti d'identità in questo nuovo mondo, senza bagagli, senza nulla di nulla. Io, il pigiama che indosso e gli indispensabili occhiali. Mi sento assomigliare in questo un po' proprio a Harry Potter, anche lui privato di tutto, con i soli occhiali, è entrato in una vita che neanche lui sapeva fosse destinata a lui. E cosi' io, ora, spero ma anche credo, che entrato in un certo modo, ne usciro' in un altro. Magari sorpreso, affascinato, travolto, appassionato, legato a un mondo che serve a molti per vivere meglio, sotto certi aspetti, quello con cui concretamente bisogna fare i conti tutti i giorni. Sognare, evadere, volare, fantasticare: servono molto piu' di quanto si voglia ammettere. Non è una vergogna quella di sognare di volare, di fantasticare un'evasione. Anzi. E io mi ci sto calando piano piano ma allo stesso tempo molto velocemente perchè non vedo l'ora di venire rapito. E mi abbandonero' a questo volo, perchè semplicemente sento il bisogno di farlo ed è arrivato il momento di farlo, dopo aver aspettato a lungo.
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[La mia opinione] Hopper, specchio immaginifico delle parole di Yates

giovedì 5 novembre 2009

La meraviglia dell’arte, oltre all’ovvia bellezza visiva e alla totale libertà interpretativa di chi la osserva, sta nel fatto che in un’opera possono convivere e convergere immagine, parole, suoni. Non esiste un’arte in cui ci sia solo pittura, in un altro in cui esista solo musicalità e melodia e in un altro ancora sole parole da leggere. Che sia un quadro, un libro, una canzone, non importa. Ci sono canzoni che evocano immagini straordinarie, libri che cantano e fotografano la realtà e anche quadri che raccontano e hanno una musicalità strepitosa. Andando a vedere Edward Hopper, definito realista ma lui in prima persona ha voluto estirparsi da questa etichetta categorizzante che, erroneamente secondo lui, gli è stata affibiata. In realtà è un precisionista, una corrente artistica in cui è insita la convivenza di cubismo e realismo. Molto attento ai particolari, alle forme, la sua arte è colma di estraneità, solitudine e silenzio. Quasi volesse rendere onore alla vita in silenzio. Senza sprecare troppe parole. Quello che mi piace maggiormente di lui, è la compostezza con cui stende su tela la realtà che vede. Un po’ come quello che accade in letterature per quanto riguarda alcuni scrittori. Come Richard Yates ad esempio, o Raymond Carver. “I nottambuli” o “Domenica” o “Automat” o “Camere per turisti”, tanto per citare alcune opere di Hopper, rappresentano su tela le parole dell’autore di Revolutionary Road. E’ la prima sensazione, il primo squillo automatico che mi ha procurato la sua visione. La particolarità con cui zooma momenti di vita quotidiana che attraverso il silenzio raccontano molte cose, che mettono in moto emozioni in cui le ammira, l’immobilità delle “fotografie” di passaggi di vita reale, sono riscontrabilissime in Yates. In Revolutionary Road, la descrizione della casa di Frank e April, combacia esattamente per esempio con l’architettura delle case familiari disegnate da Hopper, che guarda caso rappresenta proprio l’America degli anni ’50. La stessa che viene raccontata, a parole ma con una vividezza di immagini quasi fotografica ed evocativa, da Richard Yates. In Hopper il momento sembra promettere qualcosa, un seguito ma allo stesso tempo quasi mistico e non vuole essere disturbato, proprio come negli scrittori realisti americani. Lo spazio è piuttosto impoverito, molto essenziale. L’individuo sembra sentirsi intimamente solo, un oggetto estraneo rispetto a cio’ che lo circonda, quasi indifferente. Hopper non intende inserire nelle sue opere il calore umano. Parallelo letterario con puntualità presente in Yates, in Carver, in Malamud, dove l’eccesso e il barocchismo narrativi non hanno residenza cosi’ come momenti di grande serenità, leggerezza e riscatto non prendono parte alla narrazione.
In “Finestre di notte”, ma anche in altre opere Hopperiane, l’artista “spia” persone comuni impegnate in gesti assolutamente quotidiani (Yates penetra non soltanto la quotidianità ma anche i pensieri e lo stato d’animo dei personaggi). Le “sorprende” alle spalle, e come una telecamera, le zooma, le inquadra, entra furtivamente nelle loro piccole vite, fatte delle solite routine. Un travolgente immobilismo (che pero’ muove sensazioni e comunica), in cui la luce forse è l’unica presenza di vita concreta. Chissà se si tramutassero in film, le opere di Hopper possano vedere quel momento di sconvolgente (e improvvisa) rottura della tranquillità, serenità, degli equilibri che (in apparenza) caratterizza la narrazione yatesiana oppure se viaggia come nulla fosse in mezzo a una tranquilla “passeggiata” intima, silenziosa, rispettosa, tipica dell’arte di Carver.
Impressionanti, poi, le somiglianze tra alcune opere di Hopper e alcune inquadrature nel film di Revolutionary Road. D’altronde, Hopper, ha da sempre utilizzato una tecnica pittorica molto cinematografica, con cui ha regalato allo stesso cinema alcuni punti di riferimento importanti. Il pennello (o la matita) come una vera e propria telecamera sul set di un film.
Vivere un quadro, leggendo contemporaneamente parole che rimandano a immagini che catturano musicalità. Un giro-giro tondo emozionate come pochi. Ci sono rimasto dentro. In Hopper, proprio come in Yates. Il dramma silenzioso, perfettamente rappresentato sia in alcune opere di Hopper, sia negli scritti di Yates, non puo' non calamitare l'attenzione di chi guarda e di chi legge.
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