Taschen, far innamorare gli occhi a costi che amiamo

mercoledì 4 novembre 2009

L’arte messa a disposizione degli appassionati, a prezzi accessibili. Anzi, a prezzi economici (molti volumi costano meno anche di un libro di barzellette italiano scritto da un Beppe Braida qualunque). Pittura, moda, cinema, comics, architettura, viaggi, fotografia, cultura pop, design. Insomma, cio’ che è arte visiva, messa a disposizione degli appassionati, senza prosciugare il loro portafoglio al primo (e per alcuni anche ultimo) acquisto. L’immagine e la qualità delle opere Taschen, riconosciute ormai in tutto il mondo, sono sinonimo di garanzia provata. Da quando, nel 1980, il diciottenne Benedikt Taschen apre un negozio a Colonia, per vendere la sua ricchissima collezione di fumetti. Pubblica fin quasi da subito cataloghi per promuovere i suoi articoli e dal 1984 inizia a interessarsi di libri d’Arte, acquistando 40 mila copie invendute di un libro su Magritte, rivendendole a un prezzo decisamente inferiore rispetto a quello originale. Sempre molto interessato all’arte, il giovane Taschen, trovava nei prezzi di questi album un ostacolo quasi insormontabile, cosi’ inizia a darsi da fare, ristampando libri col proprio nome e collocandoli sul mercato a costi quasi popolari. La sua carriera prende un’accellerazione importante quando pubblica nel 1989 “Van Gogh: Tutti i dipinti” in due volumi, formato gigante, che riscuoterà un successo planetario incredibile. Da quei giorni, molto è cambiato e in meglio, per Taschen. Parecchie filiali aperte in molti paesi e la sua reputazione di editore di qualità a prezzi molto accessibili, ha valicato parecchi confini, diventando una grossa opportunità per gli amanti dell’arte che pero’ non possono permettersi spese folli. La sua intraprendenza e il suo interesse, da editore ma anche da appassionato vero e proprio, gli ha permesso di ampliare il ventaglio di tipologie di articoli: cinema, cultura pop, fotografia, architettura, design. Cosi’ che il target di clientela coinvolto si è notevolmente ampliato, e i suoi libri sono stati fin qui tradotti in 25 lingue. Copertine rigide, qualità della carta utilizzata di livello, formati che vanno da quelli molto voluminosi a quelli di media taglia, fino agli “Icons, che vengono a costare 10 dollari, piccoli volumi “flexicover” che accolgono tra sé temi piu’ disparati (dall’arte di Woody Allen, al catalogo delle auto degli anni ’50, dalla figura di Bob Dylan, fino a un repertorio di pubblicità). Di grande successo in Italia, i Taschen Basic Art, catalogo di oltre 50 volumi riguardanti ciascuno di esso, un pittore nello specifico. Corredato di immagini, anche a tutta pagina e descrizioni accurate della vita dell’artista e delle sue ideologie, dei suoi “credo”, della sua tecnica pittorica. In piu’, produce anche calendari, segnalibri, agende, cartoline di figure popolari. La qualità unita una vasta gamma, eclettica, di scelta unita a un prezzo vantaggioso rappresenta la chiave di volta per competere alla pari anche con i “mostri” del settore. E non a caso, ha filiali nei centri metropolitani piu’ strategici al mondo, come Parigi, Londra, Los Angeles, New York , Hollywood.

Per consultare l'intero catalogo:

www.taschen.com
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"Papà, quanto mi manchi". E anche a noi.

martedì 3 novembre 2009

Non solo romanzi, ma anche libri che danno una bella scossa ai ricordi del Bel Paese e rinvigoriscono un po' la fiducia nel paese in cui si vive, grazie a uomini che lavorano o hanno lavorato duramente, con caparbietà, con coraggio in vista di un obiettivo socialmente indispensabile. Questo libro, in particolare, che personalmente mi attira parecchio, è il racconto della vita pubblica e privata, di uno dei grandi giornalisti (è bene sempre ricordare questa cosa) che questo Paese è orgoglioso di poter annoverare tra i suoi figli prediletti: Walter Tobagi ( sulla cui figura non molto tempo fa, ha incentrato, in maniera strepitosa nel suo programma Piroso, anche lui giornalista eccezionale). E come tutti coloro i quali lavorano molto piu' che bene e lo fanno a stretto contatto con gli interessi di qualcun altro, intralciandone la libertà delle loro nefandezze criminose, è finito ammazzato, durante un attentato provocato da una semisconosciuta formazione terroristica, sotto casa sua il 28 maggio 1980, a soli 33 anni. Rappresentava una delle firme piu' prestigiose del "Corriere della Sera", già poco piu' che trentenne. Questo testimoniava già di per sè la grandezza del professionista. La figlia, Benedetta, che oggi cerca di ricostruire la figura di quel padre che non ha avuto modo di vivere e amare, aveva solo 3 anni quando le è stato scippato dalla vita terrena suo padre. E ascoltando racconti di amici, politici, giornalisti ha deciso che era arrivato il momento di far conoscere ancora di piu' un grandissimo giornalista che avrebbe potuto essere, per lei, anche un grandissimo papà. Ormai priva degli affetti che le sono stati tolti, la ricerca della verità è un dovere e una necessità per Benedetta. Vuole capire. E cerca questa verità, proprio a partire da questa pubblicazione. Che non tardero' , certamente, a fare mia.

Prezzo: 19,00 euro
Autore: Tobagi Benedetta
Editore: Einaudi (collana Frontiere Einaudi)
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 9788806198886
Dettagli: p. 302
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La lingua italiana e la sua straordinaria ricchezza che non ha eguali al mondo

La lingua italiana è un po’ come il pongo o come il dash: a partire dalla presenza indispensabile di una buona dose di materiale senza la quale non è neanche possibile dare il là alle operazioni, è talmente plasmabile (ma allo stesso tempo molto ostico e scorbutico) e manipolabile (a volte legittimamente, altre meno),per cui è possibile conferirle forme, identità, fisionomie in continuo divenire tra le più svariate, fino ad assumere le sembianze e i contorni di una vera e propria arte del comunicare. Diventa mezzo e soggetto creativo, allo stesso tempo. Il linguaggio è creatività (spesso le sfumature fanno la differenza, determinano un senso piuttosto che un altro), non soltanto un canale attraverso cui comunicare. Basti pensare ai numerosissimi usi che se ne fa, e alle nette differenze che separano un tipo di linguaggio utilizzato in un contesto (ad esempio quello giornalistico) a dispetto di un altro tipo di linguaggio ad uso e consumo della pubblicità nei confronti del consumatore che dev’essere persuaso, o ancora il linguaggio del fumetto o quello del cinema, che a sua volta sembra essere dotato di vita propria che non ha nulla a che vedere con la forma linguistica adoperata per comunicare in azienda o a livello istituzionale. Oppure alle differenze nette che intercorrono tra diverse generazioni (figli-genitori ad esempio) o come il linguaggio di una precisa fascia d’età si sia evoluto (o involuto, a seconda dei punti di vista) negli anni. Forse è proprio il linguaggio uno dei segnalatori piu’ importanti e incisivi del passaggio del testimone da un’epoca a un’altra, da un decennio a un altro. E questo avviene in tutti i settori. Non solo quello del parlato ma anche dello scritto, o dell’ibrido, perché ad esempio la chat è considerato un mezzo di comunicazione si scritto ma che si ispira per diverse caratteristiche, decisamente al parlato. E ci si rincorre, cercando sempre di rimanere al pari coi cambiamenti. Perché restare indietro, spesso, fa rima con “restare fuori”, escluso, estraniato dalla società. Basti vedere il linguaggio giovanile, com è codificato, chiuso, selettivo, in continuo cambiamento, per riconoscersi in un gruppo, per piantare i confini da segnare con il mondo degli adulti, per avvalersi di un’ indipendenza e un riconoscimento di sé nel mondo che non ancora si puo’ loro garantire, almeno per come vorrebbero. Il linguaggio è una ricchezza, senza il quale (dico una banalità ma è cosi’), non si puo’ comunicare. Un gran bel libro, molto attento, molto preciso e puntuale, anche divertente se vogliamo perché ci si vede e ci si riflette un po’ in quello che l’autore descrive, e si sorride.

Prezzo: 12,00 euro
Autore: Antonelli Giuseppe
Editore: Il Mulino (collana Universale paperbacks Il Mulino)
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 9788815113764
Dettagli: p. 206
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C'è una fine per tutto, anche (purtroppo) per un mondo da sogno

martedì 27 ottobre 2009

Con questo libro, Pullman mi ha definitivamente conquistato.E sono allo stesso tempo, per ora, costretto a lasciare definitivamente Sally Lockhart e le sue irresistibili avventure. La capacità di Pullman di creare mondi fantastici, di indovinare intrecci narrativi il cui ritmo è dettato, certamente dal mistero e dall’azione ma moltissimo anche dalla “poesia” del suo racconto e dai disegni indimenticabili, che sembrano fotografie o tele acquarellesche, dell’atmosfera e dell’ambientazione della Londra ottocentesca, e nel contempo di fare in modo di immergere il lettore in un contesto che ha forti sembianze di quello attuale nel quale viviamo, che ci circonda. Dicevo, tanta poesia, ma anche creazione di discorsi e “cronache” che non possono non risvegliare in un qualche modo la coscienza di chi legge e permettere una riflessione profonda sulle malattie che contaminano gravemente la società e chi ne fa parte. Per esempio, si parla di ebrei e del loro trattamento inqualificabile, del loro sfruttamento, delle violenze psicologiche e fisiche che subiscono. Si parla di prostituzione per esempio. Per esempio si parla di una politica malavitosa che non guarda in faccia nessuno per raggiungere i propri scopi ed è in grado di sottomette al suo volere intere masse e addirittura il corpo di polizia. O delle carenze di una politica locale, in cui la corruzione condanna a morte o alla miseria migliaia di persone.L’altra faccia della medaglia, vede certamente come protagonista una bambina.Infatti, è veramente di una dolcezza indescrivibile il personaggio di Harriet, figlia di Sally Lockhart, che sprigiona irresistibili sentimenti di tenerezza e inevitabile senso di protezione profondo che si vorrebbe darle, da parte di chi legge. E i suoi pensieri, i suoi tentativi di comunicare con il mondo, non possono non toccare il cuore di chi legge. C’è poi una cosa molto interessante in Pullman: la crescita non solo fisica-fisiologica dei personaggi da un libro all’altro ma anche di maturità,mentale, spirituale, esperienziale. Li avevamo lasciati adolescenti nel primo libro, ragazzi che si affacciavano nel mondo degli adulti nel secondo, e infine qui li troviamo perfettamente adulti, anche se ancora con un’intera vita da vivere e chissà quante altre esperienze da fare. La batteria dei personaggi di quest’ultimo libro, sostituendone alcuni con altri rispetto ai precedenti libri, è anche in questo caso un’ulteriore evoluzione del percorso di questa saga. In precedenza, i personaggi, tutti meravigliosamente descritti e come se fossero imparentati con il lettore, erano piu’ personaggi da contorno attorno alla figura focale e centrale che era Sally Lockhart. Ma non per questo, IL RUBINO DI FUMO e L’OMBRA DEL NORD, perdono fascino e bellezza, anzi. Ma in quest’ultimo la prima cosa che si nota, è il fatto che sono presenti personaggi che raggiungono lo stesso livello di potenza espressiva, di forza trascinante, di carismatica energia che era per lo piu’ concentrata in Sally. E inevitabilmente, questo nuovo scenario va ad esaltare ancora di piu’ la narrazione e il coinvolgimento del lettore, il cui termometro segna temperature elevatissime. Pullman, non fermarti qui. Fissaci ancora degli appuntamenti con Sally e il suo mondo. Ne sento già la mancanza.
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Popolare o talentuoso o entrambi

domenica 25 ottobre 2009

I numeri nella società di oggi sembrano prevaricare su tutto il resto. Quanto guadagni? Quanti dischi vendi? Quante copie di libri hai venduto? Sul tuo curriculum, QUANTE esperienze lavorative hai accumulato? Insomma, sembra, almeno a me personalmente, che la quantità abbia un'appeal, una presa decisamente maggiore della qualità di cio' che si svolge e si è creato.

Popolare, un tempo, era un termine prevalentemente legato a una fruizione di un prodotto (che sia commerciale o culturale), da parte di strati di media-bassa lega sociale. Oggi, la considerazione che si ha del popolare si è evoluta di pari passo alla società, divenuta sempre piu' una società dello spettacolo, in cui l'immagine scavalca spesso e volentieri anche il valore meritocratico.

Non è mia intenzione quella di fare nomi (tanto si conoscono i nomi di quegli artisti che io detesto piuttosto profondamente), ma solamente di porre l'accento su alcune riflessioni che mi preme fare. Oggi, c'e' una cultura popolare, o meglio, c'e' una cultura che puo' essere a grandi linee definita cosi', senza volerla demonizzare o squalificare. Semplicemente è un dato di fatto. Oggi cosa preferisce la gente, in letteratura? Ecco, a me pare che sia necessario distinguere tra lettori molto prolifici e lettori che oserei definire occasionali, e tra questi due estremi tutto uno spettro di lettori intermedi. Ma quello che piu' mi preme considerare, è il fatto che, a grandi linee, mi sembra che chi legga piu' libri sappia anche stabilire una priorità in termini di qualità di cio' che legge. Mentre, da quello che osservo, i lettori occasionali, che sono parecchi, che dichiarano di leggere pochi libri all'anno, prediligano piu' libri di una certa leggerezza, i best seller, che non necessitano di un lavoro di ricerca e informazione personale profondo e appassionato. C'e' già la pubblicità che ti entra in casa che ti fa conoscere determinati prodotti culturali. Ed è cosi' molto piu' semplice e, sbrigativo nonchè meno faticoso, farsi attirare nella tela piuttosto che adoperarsi attivamente alla ricerca di un determinato libro o genere di lettura. Ovviamente ci sono anche eccezioni da distinguere, e casi che non appartengono alla categoria d'insieme da me colpevolmente ma necessariamente generalizzata: chi legge poco magari lo fa perchè ha effettivamente poco tempo per farlo e non perchè non è cosi' appassionato alla lettura, cosi' viceversa, chi legge tantissimo non è detto che sappia apprezzare libri di qualità. Si sta ragionando per approssimazione, inevitabilmente. Ecco, la cosa che mi chiedo è: quanto incidono i numeri nello stabilire se un prodotto è di qualità? C'e' una relazione stretta e indiscutibile tra l'aspetto meramente economico e quello artistico? A me è capitato di leggere tanti libri, di vedere tanti film bellissimi, di qualità, di estrema profondità che a livello di incassi e di vendite, sono andati incontro a flop davvero pazzeschi. Non è mia intenzione discriminare (e pertanto esprimere un giudizio che pretende di essere oggettivo) cultura popolare-bassa da cultura alta e di elite. Non avrebbe alcun senso. Ne' ho la presunzione di vestirmi da psicologo e sociologo e di delineare teorie improbabili sulla relazione persona-->comportamento d'acquisto del prodotto culturale-->intelligenza e cultura personale. E' piuttosto una mia curiosità. A volte si vive spesso di contraddizioni incomprensibili, di domande che ci si pone ma a cui non si riesce dare delle risposte. Una delle mie è proprio questa: qual è il confine tra POPOLARE e MERITOCRATICO, tra QUALITA' e NUMERI, tra IMMAGINE e TALENTO? Oggi è innegabile il fatto che l'immagine domini il palcoscenico, il primo contatto e la prima sensazione è fondamentale. E tutti sono un po' stregati dalla cultura dell'immagine. Ma la bravura, il talento, non rischia in questo modo di passare in secondo piano o sotto silenzio? Non ci sarà il rischio tra un po' di vedere persone di bellissimo aspetto fisico ma dalla cultura un po' fariginosa? Perdere contatto con la bellezza intrinseca delle cose per dare spazio a quella immediatamente visibile a prim'acchito? La televisione mi sembra stia già lavorando un bel pezzo in tale direzione. Per quanto riguarda la letteratura, piu' che la bellezza fisica, si guarda a una serie di caratteristiche del libro che inevitabilmente fanno e faranno sempre breccia nel lettore medio. Ad esempio il libro storico-sospiratore, pieno di azione, codici segreti da decifrare, scontri con le alte sfere istituzionali mondiali, ha avuto un'esplosione clamorosa con Dan Brown e a ruota tantissimi scrittori han deciso di battere questa strada e hanno avuto e hanno tuttoggi ragione. Cosi' come le storie su amori adolescenziali, hanno e avranno sempre presa perchè naturalmente ci saranno sempre lettori adolescenziali e l'immedesimarsi in personaggi fittizi, è un importante punto di riferimento per i giovani. Ci si chiede, per concludere, se in realtà popolare e talento non possano benissimo convivere pacificamente e senza pregiudizi, insieme. Io personalmente sono scettico a riguardo. E non per una questione pregiudiziale. E' la società di oggi che impone determinati standard a cui fare riferimento, per essere avviati al successo. O si hanno idee talmente originali e geniali da bucare un certo tipo di cultura che si è radicata oggi, o appare complicato che il talento possa prevaricare la comunicatività pervasiva del primo impatto visivo. Per fortuna, oggi ci sono ancora interessi incoraggianti a tenere a galla o addirittura a promuovere il talento nascosto. Facendolo emergere, dandogli libertà e possibilità di manifestarsi e di essere esibito e proposto alla gente. Un esempio, è il teatro, che difficilmente propone mediocrità e che si mantiene a livelli standard piuttosto alti. Anche la letteratura, per un certo verso, sta riprendendo successi editoriali di una certa cultura, di un certo periodo storico, ristampandoli e riconsegnandoli a una generazione diversa da quella loro contemporanea. E' vero che non importa con chi si inizia a leggere (Moccia o Tolkien, Brown o Dickens), l'importante è iniziare a farlo. Ma sarebbe poi auspicabile che non ci si stabilizzi su certi livelli, senza crescere. Una delle mie prime letture è stato "100 colpi di spazzola prima di dormire", di Melissa P., che ha registrato numeri di copie vendute molto alte, eppure oggi leggo Carver, Dickens, Poe, Bradbury, Saramago e via dicendo. Popolare o talentuoso, prediligo la cultura. Ma se è popolarissimo e domina le classifiche di vendita, certamente non chiudo il libro ancora prima di aprirlo.
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Nulla di piu' vero


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Il libro per Pullman

"Non abbiamo bisogno di liste
di cio' che è giusto e di cio' che è sbagliato
Abbiamo bisogno di libri, di tempo e di silenzio.
Non devi è presto dimenticato,
c'era una volta, durerà per sempre"
(Philip Pullman)
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