Ho 27 anni, mi sto specializzando in comunicazione, sono un accanito lettore, adoro il cinema e, ahimè di questi tempi, sono milanista. Ero un fanatico rossonero. Ora lavoro...al mio blog.
Che che se ne dica, in Italia la lettura, anche se non a livelli dei paesi scandinavi, regge. Ed è apprezzata. Basti pensare alle tantissime fiere e alle giornate dedicate alla lettura che si organizzano ogni mese nel nostro paese.
Da domani fino a domenica, a Torino prende vita la quarta edizione di PORTICI DI CARTA, definita nelle locandine di presentazione all’evento, come la “libreria piu’ lunga del mondo” (oltre due chilometri di bancarelle e migliaia di titoli da ammirare,sfogliare, magari da portarsi a casa). Pensata dall’assessore comunale al Turismo, Commercio e Promozione Altamura, e realizzato dalla Fondazione per il Libro,la Musica e la Cultura, con l’aiuto della Regione, della Camera di Commercio e di Iride, la manifestazione quest’anno è dedicata alla figura di Italo Calvino, morto esattamente 25 anni fa nella notte tra il 18 e il 19 settembre.
Una passeggiata tra alcuni degli angoli piu’ suggestivi di Torino (i portici di via Roma, Piazza San Carlo e Piazza San Felice, dalle 18,30 alle 24 sabato e dalle ore 10 alle ore 20 di domenica), all’insegna dell’incontro con librai (148), editori piccoli e medi piemontesi e autori, in una festa scoppiettante di spunti per tenere alta l’attenzione sulla lettura. Presentazioni, bancarelle di libri, confronti e dibattiti, spettacoli e serate tematiche (in particolare su Calvino), faranno diventare Torino e le sue 17 vie coinvolte, un frastuono di voci vibranti che faranno vivere un weekend intenso a chi ha intenzione di esserci.
Per chi ha bambini al seguito, interessante la serie di iniziativa che coinvolgono i piccoli potenziali lettori del futuro con letture di favole di autori come La Fontaine e Rodari e di altri scrittori (letture anche in lingua madre) , veri e propri spettacoli incentrati sulla fiaba (ad esempio un dialogo inscenato tra i piu’ famosi personaggi delle fiabe tanto amate dai piccini) e laboratori che si preannunciano delle vere e proprie chicche da non perdersi.
Micheal Proust, riguardo al viaggio, diceva: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
Italo Calvino, invece:“Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.”
Mentre Charles Baudelaire:“Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.”
Partendo da questi bellissimi, poetici, delicati, armoniosi, ma soprattutto veri, virgolettati di personaggi di un certo calibro che tutti noi conosciamo, affacciamoci sul libro di Michael Zadoorian, IN VIAGGIO CONTROMANO.
In Viaggio Contromano è un libro che accoglie tantissimi temi e che li cattura, quasi proponendoli in successione quasi come una stop motion, tratteggiandoli attraverso diverse pennellate, diversi colori, diverse tonalità, in base all’accento con cui meritano di essere offerti e trasmessi a chi legge.
C’e’ chi lo considera un libro di viaggio (e innegabilmente lo è), c’e’ chi lo considera una commedia brillante ma anche amarognola (e anche qui credo sia difficile negarlo), chi ancora lo vede come un romanzo drammatico paradossalmente di formazione, che ha tanto da voler insegnare.
La trama, nella sua struttura, è lineare ed essenziale: una coppia di ottantenni, decisamente briosi, ruspanti, iperattivi, sbarazzini, frizzanti, decidono che non c’e’ tempo da perdere: bisogna partire, prendere il loro Leisure Seeker, vecchio compagno di viaggio interminabili quando erano piu’ giovani, e fuggire il piu’ lontano possibile da una vita che li sta tristemente abbandonando. A entrambi viene diagnosticata una malattia grave e degenerativa: a John, l’Alzheimer, a Ella uno spietato cancro. Stanno per essere divorati da un male incurabile, che li affligge. E ne sono pienamente coscienti. Ma decidono di non piegarsi al destino, almeno non ora e cosi’ in fretta e furia preparano la loro fuga di attraversamento dell’America. La loro è una scelta tanto improvvisa quanto ben calibrata, senza timori, senza tentennamenti, senza scetticismo, senza remore. Sembra una condotta tipicamente giovanile, anarchica, sovversiva, anticonformista, impulsiva. Una fuga improvvisa organizzata da una coppia di ottantenni, alla ricerca di una libertà da godersi fino alla fine, decisi a staccarsi dal proprio destino deciso a consumarsi, per attaccarsi con tutte le proprie forze a quel poco che rimane loro da vivere. E’ una filosofia, un credo, non un disperato tentativo di recuperare tutto cio’ che si è perso o non vissuto. Perché loro, nella loro straordinaria vita, hanno avuto tutto.
John ed Ella, si prendono per mano, si baciano, pensano ancora al sesso, vedono l’un l’altra negli occhi ancora quella fiamma di passione, di desiderio e dolcezza che li ha accompagnati fin da ragazzini ad oggi in un lungo viaggio insieme e che non si è ancora oggi spenta.
Viaggiano, attraversano, superano con il loro storico camper quasi coast to coast, gli Stati Uniti, nella loro terrificante grandezza, nella loro paurosa desolazione, nella loro mastodontica forza, nella loro straordinaria varietà di colori e paesaggi. Soli, John, Ella, il camper, la loro malattia e…le diapositive. Si, perché in ogni campeggio nel quale sostano, mettono in piedi un vero e proprio cinema con tanto di proiettore e telo e ci sparano su tutte le diapositive del loro passato. E i loro commenti fanno da sottofondo musicale alla visione. E pazienza se John, si dimentica anche il nome di sua moglie ma si ricorda nei minimi particolari momenti, istanti, insoliti, in apparenza irrilevanti.
Si passa per viste panoramiche mozzafiato a città fantasma lugubri e desolate, a deserti stepposi dove è il silenzio assoluto a dominare e dove i colori sembrano afflitti da una depressione cronica, battendo strade asfaltate o strade sterrate su cui il camper mostra la sua vecchiaia e le sue fatiche, passando per campeggi alcuni da favola, altri inquietanti nel loro triste aspetto abbandonato, fino a hotel (tanto da non preoccuparsi dei soldi a disposizione, investendoli anche in una suite enorme) e ristoranti dove mangiare esattamente il cibo che andrebbe evitato, a maggior ragione se malati (hamburger, patatine fritte, alcool, pepsi a litri e via dicendo).
Tantissimi incontri nascono on the road, com’è prevedibile. E infatti John ed Ella si imbatteranno per strada con hippies che intendono brindare con i nostri nonnini mentre si sono intrufolati a vedersi il film della loro vita proiettata su un video schermo improvvisato, criminali che tentano di derubarli ma vengono alla fine scacciati, ragazzini 14enni già alle prese con una figlia da accudire che vengono invitati con dolcezza a una cena in camper, e tantissimi altri personaggi tra cui cameriere, impiegati d’albergo, benzinai che incrociano la loro storia ancora tutta da raccontare, fino alla fine di tutto.
Alle numerose diapositive portate con sé, si aggiungeranno tanti altri fotogrammi, nuovi scatti consumati via via per strada, utili quasi a cercare disperatamente ma anche con dignità e coscienza, a fermare il tempo, per far si che non ci si debba preoccupare del “dopo”.
La loro non è una fuga disperata, dettata dalla folle paura della morte che si intende evitare a tutti i costi. Il loro è un desiderio, commovente, di restare insieme, fortemente uniti , di dimostrarsi ancora cio’ che fin da ragazzi non hanno mai smesso di concedersi: amore incondizionato, grande attenzione l’uno per l’altro, forte indipendenza dagli altri, mano nella mano, tante risate, il capirsi al volo senza l’utilizzo delle parole, determinati da un carattere forte, intraprendente, coriaceo, determinato. Ma forse la dimostrazione piu’ grande che possano darsi in questo viaggio è un’altra: di essere ancora vivi e soprattutto vivi INSIEME. Perché spesso capita di leggere tra le righe e non, nel libro, che forse l’unica vera, grande, terribile paura è una sola: quella di rimanere soli, senza l’altro, senza l’altra. E qui si che la faccenda diventerebbe straziante. Il solo pensiero di un’eventualità del genere, li manda in crisi, in black out.
E’ un libro amaro in certi momenti, ma colmo di speranza, di riflessioni su cui ragionare, di siparietti esilaranti, ma anche commoventi fino alle lacrime. Leggendo i loro botta e risposta, mi vengono immediatamente in mente Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Chissà perché.
Anche nei momenti piu’ dolorosi, in cui John perde la memoria, non riconosce la moglie né se stesso, o quando in camper e sua moglie nel bagno dell’autogrill e parte a manetta dimenticandosi di avere una moglie a bordo, o quando si bagna a letto e dimostra l’indipendenza di un bambino, o quando lei piena di dolori rischia castamente di cadere per terra e successivamente di rimanere impiantata a letto, c’è una luce che non smette mai di illuminare il loro viaggio. Chilometri e chilometri di ansie, paure, certezze, conforti, confidenze con uno sguardo ogni tanto rivolto a un passato a cui hanno dato tanto e loro hanno ottenuto altrettanto. I figli, preoccupati della loro fuga, costantemente in ansia, alla disperata ricerca di convincerli a tornare sui propri passi, i nipoti, in attesa di farsi coccolare dai loro nonni: tutti in attesa del loro ritorno a casa. Ma loro sono diretti verso il mare e verso Disneyland e non vogliono sentire nessuna ragione che possa impedire loro di terminare il loro progetto finale di vita.
La bellezza assoluta del libro, secondo me, risiede nel fatto che a dominare non siano i sentimenti negativi come ansia, paura, malinconia, disperazione, ma al contrario, brividi emozionali come l’amore, il valore impagabile di un sorriso e di uno sguardo, la piena coscienza di se stessi e di essere ancora vivi e forti, capaci di tutto. Anche e in particolar modo, in un contesto in cui è il dramma in teoria a dover muovere le pedine, la malattia. E invece no, sono loro a imporsi autisti della propria esistenza, o almeno di quello che rimane loro, senza farsi ricattare o imporre o dominare da un destino che sembra aver già deciso il finale per loro.
La vita si vive una sola volta, lo hanno capito benissimo John ed Ella,che malgrado i forti ostacoli che si sono frapposti tra loro, continuano a praticare le loro piccole ritualità come nulla fosse, a immetterci forza, energia, pieno coinvolgimento emotivo senza freni. La batteria per loro è quasi scarica ma vogliono sfruttare quel poco di energia rimasta che ancora li alimenta per allontanare qualsiasi sentimento negativo, per mantenersi a distanza di sicurezza dai facili rimpianti, e godersi nel pieno delle loro possibilità fisiche e mentali quello che viene concesso loro.
Sembra essere una vecchiaia felice, una malattia che c’e’ ma con la quale si riesce a convivere con estrema lucidità e intelligenza. Ma i momenti di abbattimento ci sono, eccome, cosi’ come una non accettazione di quello che sarà poi, tante domande ci si pone, soprattutto sulla fine di tutto senza il proprio amato/a al proprio fianco. E’ un inno alla libertà, all’amore, al viaggio: e la miscela che nasce mescolando questi che definirei molto piu’ che semplici valori e credo, è il motivo fondante per cui la vita va amata sotto ogni aspetto e nonostante tutto. E dimenticavo, è la ragione numero uno per cui da lettore, consiglio spassionatamente a tutti una straordinaria lettura come questa.
Per concludere citiamo una bella pillola di Mark Twain: “Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.”
Ci stiamo avvicinando a passi veloci al nostro secondo Festival della Letteratura Mantovano.
L'attesa cresce, le aspettative si arrampicano velocemente verso l'alto, e si vorrebbe essere là già ora, a vivere il countdown che ci separa al via ufficiale piu' che di una manifestazione o evento, di un'esperienza.
Pochi giorni, 5, che sono certo voleranno via in un batter d'occhio. Senza neanche accorgersene quasi. Perchè è sempre cosi' quando si ha a che fare coi momenti piu' belli e sentiti: scorrono via accellerando, anzichè bloccare e fermare l'istante.
Vorrei che quei 3 giorni, perchè arriveremo soltanto il 10 fino al 12, si bloccassero per magia, dondolassero, sospesi, sopra il resto del tempo che passa, vorrei durassero mesi, senza dover provare malinconia del ricco vissuto che si è fatto già ricordo dopo poche ore.
Incontri con scrittori, una città meravigliosa da vivere intensamente, amici da incontrare e con cui ridere, scherzare, abbandonarsi a confidenze, pacche sulle spalle, il semplice piacere dello stare insieme, le lunghe passeggiate da percorrere insieme tra un evento e l'altro, un panino e l'altro, una cena chilometrica di sedie e l'altra.
Io sono pronto, ho già la valigia pronta colma di libri ma soprattutto di tantissimo entusiasmo e una voglia irrefrenabile di donarmi e abbandonarmi completamente a quello che mi appresto a vivere, senza alcun pensiero per la testa, insomma libero di LIBRARMI.
I libri, ma tutto cio' che ruota attorno ai libri, è un mondo fantastico, da assaporare e gustarsi fino all'ultima briciola, da annusare e catturarne l'essenza fino all'ultima polvere di scia che lascia nell'aria.
Mantova arriviamo, macchina fotografica al collo, libri nello zaino, scarpe comode, storie da vivere e da scrivere (e poi raccontare) e anche tanta roba da magnà (permettetemelo, perchè l'Italia offre cosi tante varietà culinarie, che neanche Mantova sfugge a questa regola).
A tra pochi giorni, Mantova. Sarà come sempre piacere rincontrare e convivere con la tua bellezza.
Piu' tempo libero, meno lavoro, meno studio, meno impegni quotidiani che tolgono spazio alla libertà del momento di una lettura a cui dedicarsi completamente, magari sdraiato sul letto, in spiaggia sotto l'ombrellone, o in giardino. La vacanza è davvero il momento in cui il lettore imprime un'accellerata intensa alla sua fame di libri? La vacanza, per molti, costretti dalle ferie del lavoro, è spesso e volentieri un vero e proprio programma organizzato in anticipo per slegarsi dal ritmo cittadino stressante. Si cercano mete turistiche particolari, molte all'insegna dell'avventura selvaggia, altre studiate a fondo per alimentarsi di cultura e storia, altre ancora dei percorsi tutto particolari all'insegna del divertimento e del movimento. Quindi, diventa fondamentale non sbagliare vacanza, specie se i tempi a disposizione sono ristretti. Girando da turisti iperorganizzati, muovendosi come esploratori intermanente orientati all'improvvisazione del momento, mi chiedo: ma si riesce a trovare il momento per leggere? E' chiaro, dipende dal percorso e dalla vacanza che uno intende fare. Al mare, all'insegna del relax piu' sfrenato, beh la lettura trova terreno fertilissimo. Ma appena ci si intende muovere, viaggiare, ecco che allora anche il momento per la lettura viene meno. Io in primis ho provato questa cosa: in viaggio on the road in Toscana, tra mare e borghi, tra colori emozionanti e storia da vivere direttamente sul posto, appena si rientrava in albergo, puff, il cuscino era ad accogliermi a braccia aperte. Niente libro. Quando ti ritrovi fuori di casa dalle 9 del mattino fino alle 11 di sera, con un piccolissimo pit stop in stanza per cambiarsi e lavarsi, diventa poi complicato riuscire a mettersi sdraiato e leggere. Vuoi per la stanchezza, ma anche per l'oggettiva mancanza di tempo materiale. E naturalmente, ogni volta inciampo nell'errore che il lettore medio commette: portarsi dietro 2-3 libri convinti di riuscire a leggersi a mani basse almeno due titoli. Grande, enorme, gigantesca cazzata. Almeno, parlo per esperienza personale. La vacanza quindi come immersione in apnea nel libro è certamente quella da mare, lettino e ombrellone. In quel caso il libro è un compagno fedelissimo, a cui non si puo' fare a meno. Dire che riempie le giornate, è brutto secondo me. Meglio dire che ti "accompagna", ti "segue", ti "rapisce". Poi, è chiaro, se ti capitano vicini di ombrellone casinisti, li' ti viene voglia di mandare a fanculo tutti e ahimè, il libro viene richiuso dalla disperazione, solleticandoti istinti omicida difficili da trattenere.
Io, anche in spiaggia, specie la mattina, tendo ad addormentarmi quasi subito, poi subito in mare, a raccogliere la cibaria che l'acqua mette a disposizione gratuitamente alla gente e le ore passano e cosi' le pagine lette non vanno avanti. Sono un pigro da lettura in spiaggia? Incredibile ma vero.
Tant è che in questa estate ho letto pochissimo. Ancora meno se fatte le proporzioni con le mie letture di febbraio-marzo-aprile-maggio. Ora siamo appena entrati in settembre, vediamo se la macchina da lettura riprenderà a marciare come si deve, ritrovando i ritmi che gli competono.
Insomma, per la lettura, la vacanza è uno spasso? E' il momento ideale per buttarcisi a pesce dimenticando quasi tutto il resto? E' il momento della libertà ritrovata tanto attesa per tutto il resto dell'anno? (anche se è verissimo che il lettore i propri momenti piccoli di libertà riesce a trovarseli anche tra un impegno e l'altro, anche in luoghi e ore della giornata al limite del credibile).
Chissà, e intanto il lettore accanito continua a comprare, comprare libri, approfittando delle offerte estive che ci stuzzicano come non mai. L'acquisto compulsivo crea ingorghi di letture arretrate come il traffico di rientro di fine agosto dalle vacanze nell'imbuto autostradale presso Bologna: non se ne esce piu'. E qui, ci credo che poi le vacanze non riescono a smaltire gli arretrati. Ci vorrebbero 7 vite, non una.
Oggi ci troviamo sempre piu' spesso a dover discutere di stranezze, di capovolgimenti della normalità a cui eravamo abituati, a doverci sempre piu' stupire di qualcosa che si dava per assodato e ben fisso all'interno di un modo di pensare, di una cultura. La normalità è diventata un po' il doversi aspettare di tutto e di piu'.
Anche il mondo editoriale non sfugge a questa dinamica. Girando per librerie, adocchiando gli scaffali, i titoli, le copertine, ce ne si rende sicuramente conto. Ad esempio, un mesetto fa mi sono imbattuto per caso, mentre passavo una tavolata di libri in esposizione, in un trittico che di per sè rappresenta la storia della letteratura mondiale, ovvero lo Shakespereaiano "Romeo e Giulietta", "Cime tempestose" della Bronte, e l'Austeniano "Orgoglio e pregiudizio" ma che nella specifica nuova edizione dei best seller Mondadori, guardando attentamente, non ci si puo' non accorgere di un dettaglio, anche abbastanza evidente essendo un cerchio rosso con all'interno delle scritte ben visibili all'occhio anche a una certa distanza, ovvero il fatto che vengano etichettati come i libri preferiti di Bella ed Edward. Chi sono costoro? I due protagonisti della saga di Twilight di Stephany Meyer. Una saga vampiresca, che ha avuto un riscontro mondiale di attenzioni, vendite straordinario. Anche a livello cinematografico e di merchindising. Il fatto è che risulta spontaneo chiedersi, senza fare troppo gli snob o senza essere troppo dei pignoli lamentosi e piagnucolosi a cui non va mai bene nulla, se tre capolavori del genere debbano essere in qualche modo trainati e pubblicizzati dalla saga della Meyer. Perchè il senso secondo me è evidente: "leggi anche tu questi tre romanzi che sono piaciuti da matti a Bella e Edward. Come dire, sono stati Edward e Bella che li han fatti conoscere al mondo. O in alternativa: se li hanno letti Bella ed Edward vuol dire che sono davvero ganzi, provaci anche tu. Beh, fa innegabilmente venire i brividi una cosa del genere. Almeno, a me personalmente ha innescato un istinto omicida nei confronti della Mondadori e in generale di una nuova era nella quale l'apparenza sorpassa la sostanza, l'estetica la cultura (anche se a volte estetica e cultura vanno a braccetto). Ora state attenti che senza che ci informino che questi tre capolavori letterari sono i libri preferiti di questa coppia, la gente ne ignorerebbe l'esistenza e non li prenderebbe in mano. Ironia la mia, ma neanche troppo. E' un po' la piega triste che si sta prendendo oggi, dove per attirare l'attenzione, per tempestare di pubblicità ovunque e in qualunque istante la gente, si abbattono anche le barriere del sacro.
Augusten Burroughs non è un ragazzo casa e chiesa, come si suol dire. Lo testimonia il fatto che abbia scritto questo irresistibile resoconto (romanzato) della sua stravagante e altalenante esistenza. Scrivere di se stessi, trovo che sia sempre un’operazione complicata, non affatto scontata, piuttosto impegnativa. Ci vuole coraggio nel mettersi in gioco agli occhi di tutti, humour non indifferente nel prendersi anche in giro se necessario, autocritica per evitare di scrivere un’autocelebrazione fine a se stessa e stucchevole: tutte qualità che non sono facili da trovare, per lo piu’ compresenti, in una stessa personalità.
Per quanto inevitabilmente romanzato, il diario di Burroughs ci cattura, legandoci, nel suo passato, con grande onestà, limpida franchezza (anche troppa, visto che la famiglia di cui parla lo ha ripetutamente denunciato per diffamazione) e un’amichevole intenzione di renderci partecipi, quasi come confidenti, quasi come compagni di sbronza, di cio’ che lo ha reso Augusten Burroughs e non un qualsiasi altro uomo.
I problemi familiari sono al centro della sua vita, fin dalla sua primissima apparizione al mondo: un padre che dopo continue liti furibonde con sua moglie, lo ha abbandonato a una madre che se la fa con tutti, con problemi psichici che comporta anche gravi crisi isteriche, fino a quando non verrà affidato, praticamente vivendoci in casa, allo psicologo, con tutta la sua strampalata famiglia che contribuirà a formare (si fa per dire) il giovane Augusten. Lui sembra adattarsi, convivendo con tutta l’instabilità degenerativa della popolazione familiare dello psicologo, in mezzo a legami profondi che nascono, liti furibonde che si susseguono, una relazione omosessuale tra alti e bassi (decisamente sono piu’ i bassi) e in generale a una vita che per forza di cose si trasforma in una convivenza forzata con la frustrazione di dover sempre a che fare con una tensione sempre presente che mina gli equilibri psichici e relazionali.
Si ha la sensazione, durante la lettura, di camminare sempre pericolanti su un filo, costantemente ansiosamente precari, alle prese con la minaccia di un’esplosione degli eventi , da un momento all’altro, che possa comportare conseguenze estreme.
La vita è difficile, ma solo chi ha vissuto una vita complicata puo’ comprendere cosa significhi navigare in brutte acque. I personaggi del suo libro,tutti contornati da solitudine cancerogena, autostima illusoria e annichilita, brama di trasgressione e fuga repressa, delineano un quadro triste, angosciante, amaro, soffocante, del proprio mondo. Burroughs utilizza l’ironia e l’immagine forte, brusca, quasi perversa come un mezzo di difesa dai pensieri cupi e sconsolanti che lo affliggono in relazione a una madre che sembra volersi tenere lontana da lui, evitandolo come fosse una grave malattia contagiosa e alla ricerca ossessiva di un sentimento che lo possa liberare dalla sua prigionia interiore che lo soffoca e che lo porterà a instaurare una relazione omosessuale con una persona molto piu’ grande di lui, tra certezze e improvvisi allontanamenti e fastidi cosi’ tipici di una relazione sentimentale forte. E’ la disperazione e l’evidente instabilità esistenziale a cercare con cosi’ enfasi un punto di equilibrio, aprendosi a tutto, disposti ad accogliere qualsiasi possibilità di felicità.
Non sembra esserci margine di possibilità di incontrare una vita normale, anche perché lui non l’ha mai conosciuta. E allora cosa si fa? Si guarda avanti, anche se il destino sembra decisamente nebuloso. Ma si è costretti a farlo, nonostante tutto, nonostante tutti, a partire da cio’ che si è imparato vivendo fin li’, a partire da quelle poche persone di cui si è certi di potersi fidare.
Secondo me fare il libraio, oltre alla fortuna di poter lavorare a stretto contatto con libri, editori, autori e lettori, serve anche divertirsi, per sentirne di tutti i colori come domande assolutamente assurde, titoli storpiati, titoli famosi di autori famosi a cui viene cambiato l’autore, ma è utile anche per misurare un po’ la temperatura del livello di lettura in Italia, con tutte le sue distinzioni interne.
Serve anche per rimanere sconcertati, come detto, di fronte a richieste che hanno dell’assurdo. La libreria è un mercato, il mercato del libro, ma è molto diverso dal mercato comunemente inteso come quello della frutta, verdura, formaggi e via dicendo. La libreria è un luogo sacro, dove si consuma un’esperienza nell’esperienza, non solamente un oggetto di cui fisiologicamente si ha bisogno per tirare avanti. Ecco, l’altro giorno, in libreria io e Giorgia, abbiamo assistito a una scenetta divertente nella sua ridicolezza. Una signora, tutta ben vestita, un po’ altezzosetta, di una certa età, entra, si muove per la libreria, per la verità un po’ confusa e un po’ tanto disorientata, secondo me non sapeva neanche lei bene dove fosse entrata. Ben presto pero’, si rivolge alla libraia, la nostra amica Giorgia, per avere un’informazione. Noi stavamo amabilmente chiacchierando, come nostro solito, con la deliziosa Giorgia, quando non abbiamo potuto fare a meno di sentire la richiesta, assurda, della signora in questione. Piu’ o meno recitava cosi’, la sostanza è comunque la stessa: “Senta (se non ricordo male non ha neanche salutato), posso avere una lista dei vostri libri migliori, la classifica dei libri piu’ venduti?”. Al che un fastidio epidermico, quasi intestinale, di pancia, si è mescolato al silenzio di imbarazzo esploso in Giorgia, la libraia, che noi conoscendo abbastanza bene sappiamo quanto sia piuttosto “dura”, decisa, insofferente alle classifiche e ai libri che vengono acquistati solo perché pubblicizzati mediaticamente a oltranza o perché appaiono in tutta la loro magnificenza (mediocre spesso, anche se non sempre va detto, nei contenuti) nei cartelloni che ti spingono brutalmente sotto gli occhi la top ten della settimana. Lei, Giorgia, le risponde che di classifiche non ne ha, cartacee, cerca di essere giustamente il piu’ cordiale e disponibile possibile, chiedendole successivamente se cerca qualcosa di particolare, se è per un regalo, se ha già delle idee in testa. Risponde piuttosto dubbiosa, quasi leggermente turbata (manco le si sia chiesto i dati personali o il numero del suo conto corrente), chiedendo ancora una volta se non fosse possibile avere a disposizione una classifica cartacea. Non ho poi ben capito se la signora avesse intenzione di acquistare un libro per regalo e che non avendo mai avuto a che fare con il mondo del libro, non sapesse proprio in che direzione andare. Secondo me bastava chiacchierare un po’ con la nostra deliziosa libraia Giorgia, chiarirle un po’ l’identikit della persona in questione a cui regalare il libro (se l’intento era quello) o delle proprie intenzioni di lettura, anche a carattere generale (thriller? Drammatico? Romanzo d’amore?), per avere dei consigli adatti per la propria sete di lettura. E Giorgia, che è una miniera infinita di titoli, letture vissute, autori conosciuti non avrebbe avuto il minimo problema a consigliarle qualcosa di adatto a lei. Ma poi quasi un po’ contrariata, un po’ scocciata, la signora se ne è andata. Fossi stato in Giorgia, le avrei risposto: se vuole classifiche e non consigli vada pure alla Mondadori, qui noi non abbiamo classifiche ma consigli da dare, nel caso. E lo facciamo gratis. Sarebbe stata una bella risposta questa, secondo me. La sottolineatura che volevo fare è il collegamento che la signora ha fatto libro migliore = classifica dei libri, come se il libro piu’ bello fosse quello che è presente nelle top ten che appaiono ovunque, dai cartelloni nelle catene di librerie, ai giornali, ai siti internet. Ecco, a me questa cosa fa incazzare parecchio, mi crea fastidio intestinale, e allo stesso tempo mi amareggia, perché ci sono miriadi di libri bellissimi che la gente non sa neanche che esiste, e libri assolutamente merdosi che, perché hanno distributori forti, case editrici potenti, amici di una certa rilevanza, sorpassano la qualità con traiettorie scorciatoie che hanno del vergognoso. Vero, stupirsi oggi che accadano queste cose è anacronistico, pero’ è sempre meglio secondo me continuare a ribellarsi, a scandalizzarsi, a porsi domande anziché accettare passivamente la cosa senza neanche porre una discussione costruttiva a riguardo. Perché ci sono tante piccole case editrici, NON A PAGAMENTO, che fanno un lavorone enorme, di grandissima ricerca, selezione, promulgazione che taluni possono solo sognarsi. E vedere gente che si muove nelle librerie solo per “classifiche” a me fa stringere un po’ il cuore a essere sincero. Dire, come ha fatto intendere chiaramente la signora, che il LIBRO MIGLIORE E’ QUELLO PRESENTE NELLE CLASSIFICHE DI VENDITA, equivale né piu’ né meno a sostenere che le PERSONE MIGLIORI SIANO QUELLE ECONOMICAMENTE PIU’ RICCHE. Che, sia chiaro, non dubito a riguardo del fatto che ci possano essere anche tante persone molto abbienti di grande portata morale e generosità, anzi ne sono certo, pero’ stona parecchio questa conclusione come se la ricchezza patrimoniale indichi con esattezza il valore di una persona. Valore di una persona e valore delle sue proprietà sono due cose ben diverse, cosi’ come qualità del libro e vendite del libro (anche in questo caso, pero’, è giusto sottolineare come OGNI TANTO, decisamente NON spesso, possa scapparci anche il bel libro in mezzo a quelle classifiche).
Se proprio di classifiche debba trattarsi, allora che lo sia una da parte del libraio o librai che ci lavorano, una sorta di top ten personale da consigliare al lettore. Ma una classifica fatta con il cuore, a partire da quei libri che hanno toccato maggiormente i nervi sensibili del libraio. In questo caso, la classifica avrebbe un senso e l’autorizzerei e la consulterei con grande interesse.
Le classifiche per vendite, sono un modo, secondo me poco onesto ma commercialmente comprensibile visto che il primo obiettivo è il ricavo, di indirizzare le scelte dei lettori lungo determinati canali escludendone altri. Forse questo avviene, e mi auguro che sia cosi’, solo per i lettori superficiali, occasionali, che pero’ ahimè sono secondo me numericamente piu’ cospicui dei lettori costanti, di vecchia data, accaniti e fanatici del mondo del libro. Ecco, secondo me queste classifiche rappresentano l’inganno, una distorsione manipolata del libro quello vero, che io vedo nel passaparola la forma piu’ autentica e genuina per il successo di un libro. Ma forse vivo nel mondo della favole.
Che dire, come dicevo prima, l’essere libraio ti permette di sentirne e vederne tante. Un vero e proprio piccolo grande mondo sociale in continua esplorazione. Dal quale non si finisce mai né sorprendersi né imparare e conoscere cose nuove.