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Quelli che ci fanno leggere Cechov e Marquez

mercoledì 30 settembre 2009


E tutti gli autori, a volte di lingue remote, che non avremmo mai potuto avvicinare senza il lavoro dei traduttori. Che ci raccontanto qui come il loro lavoro sia complesso e creativo. E come richieda senso dell'avventura e coraggio

C’e’ chi, prima di mettersi al lavoro, legge interamente il libro da tradurre, e chi invece preferisce non farlo. C’e’ chi butta giu’ una versione iniziale stiracchiata per poi dedicarsi davvero alle revisioni, e chi invece dà tutto fin dalla prima stesura. C’e’ chi ha fatto una scuola di traduzione e chi ha coltivato solo la dura pratica. C’è chi guadagna di più e chi guadagna di meno, anche se generalmente nessuno guadagna abbastanza e sono pochissimi quelli che per vivere traducono e basta. Certo tutti sono dipendenti da internet, lavorano con ossessività maniacale e sgomitano in un mondo sempre piu’ affollato e complesso. Tanto che forse noi lettori dovremmo essere a loro molto più grati perché sfornano la lingua che leggiamo da tutto il mondo, s’imprimono nella nostra memoria con trovate sofferte pur di rendere l’originale, eppure di questi artigiani della parola difficilmente sappiamo anche il nome.
“Negli ultimi anni, il mestiere del traduttore è profondamente cambiato” racconta Bruno Osimo, 50 anni, traduttore dall’inglese e dal testo russo (anche di Cechov e Tolstoj), docente di Teoria della traduzione in vari atenei italiani. “Da una parte in meglio, perché l’apertura di scuole, master e corsi ha portato a maggiore professionalità. Dall’altra in peggio perché la sovrabbondanza di offerte - spesso a bassissimo prezzo – rischia di abbassare la qualità dei lavori. Del resto il lettore non ha né tempo né modo di sapere cosa gli è stato cucinato e se ci sono giovani che traducono gratis, è ovvio che l’editore possa puntare su loro senza calcolare troppo le conseguenze. In genere, comunque, cosi’ i compensi si abbassano”. Del resto, l’illusione che la carriera del traduttore sia facile e ricca di successi, è cresciuta proprio con il proliferare delle scuole: “C’e’ una generazione di laureati in lingue e lettere che ha rinunciato all’insegnamento, ha seguito corsi e master post-laurea nell’illusione che ci sia spazio” spiega Martina Testa, 34 anni, direttore editoriale di Minimum Fax e traduttrice dall’inglese fra le più richieste e prolifiche, “nessuno è stato avvertito del sovraffollamento. Cominciare è difficilissimo, ormai, ma se si ingrana con un primo lavoro, poi continuare non è cosi’ complicato. Si entra in un giro di raccomandazioni virtuoso. In fondo, non sono passati molti anni da quando tradurre è diventato veramente una professione riconosciuta”.
Sul riconoscimento della professione però si anima la battaglia dell’esercito di traduttori. “Con internet, indubbiamente, tutto è cambiato” spiega Anna Mioni (traduttrice dall’inglese e dallo spagnolo, tra cui Stephanie Meyer), 38 anni. “Si è arrivati a una democratizzazione del mestiere, le case editrici sono più accessibili, è più facile proporsi, la ricerca è semplificata, il contatto con i colleghi è immediato. Però proprio questo spinge a guardare l’altra faccia della medaglia. Oltre a paghe indubbiamente basse, non abbiamo previdenza né pensione, non siamo tutelati e solo da poco è stata aperta una sezione del sindacato nazionale scrittori dedicata espressamente ai traduttori”.
E’ fondamentale allora non fare una battaglia fra poveri, giocando al ribasso. “Anche per questo esiste
www.biblit.it, un forum dove noi traduttori ci incontriamo, ci aiutiamo e cerchiamo di mantenere un fronte comune”. Un fronte che trova sempre più numerosi consensi. Con libri che ne raccontano il lavoro (come Il mestiere di riflettere, Azimut, pp. 181, euro 12.50) e incontri di qualità, come le annuali Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino. “Curiamo questa manifestazione” spiega Ilide Carmignani, straordinaria traduttrice dallo spagnolo (traduce tra gli altri Gabriel Garcia Marquez) “non solo per approfondire i problemi del mestiere ma anche perché c’è poco da esser contenti, qui da noi. Siamo ultimi in Europa, quanto a riconoscimento economico. Il problema è che il nostro Paese è un paese in cui si legge poco, in cui, come dice Tullio De Mauro, c’è un enorme analfabetismo di ritorno. I lettori veri, allora, sono pochi, e senza un pubblico che riconosca le traduzioni buone da quelle cattive è difficile rivalutare il mestiere”.
Il mestiere, comunque lo si valuti, è fatto di passione, fatica, reazioni meccaniche e slanci creativi, artigianato della parola e ore e ore di computer, rapporto con la realtà, con i colleghi e con gli autori. “Soprattutto con gli autori” dice Martina Testa. “Anche quelli apparentemente meno disponibili. David Foster Wallace, per esempio, di fronte ai miei dubbi e alle mie richieste di chiarimento, cominciava sempre dicendo che era inutile ogni sforzo di traduzione, impossibile. Poi pian piano cedeva, cominciava a spiegare e chiariva ogni dubbio con mille dettagli e alla fine era contento”.
Adelaide Cioni, 32 anni, (traduttrice a tempo pieno della letteratura americana e lo fa per Feltrinelli, Einaudi e Minimum fax tra le altre), conferma: “L’autore diventa come un amico e spesso,per essergli fedele, devi davvero tradirlo”. Perché tradurre, si sa, è un po’ tradire. Ma nell’arte del tradimento c’è chi eccelle in vista della fedeltà. E quello è il grande traduttore. “Mentre lavoravo su Adam Langer, per esempio” continua la Cioni “mi accorgevo che a tradurlo con apparente fedeltà ne veniva fuori un cretino. E invece è uno scrittore che stimo moltissimo. Ho cercato di immaginare come avrebbe scritto se fosse stato italiano. Mi pare ne sia rimasto contento”
Non basta però la cura del rapporto con lo scrittore. “Chi va tenuto a basa è spesso l’editor” dice Bruno Mazzoni, traduttore di punta dal romeno.” Tanto per dirne una, in Italia gli editor cercano costantemente di evitare ripetizioni. Ma in alcuni casi le ripetizioni sono necessarie e volute dall’autore come un parossistico tentativo di trasmettere ansia, tensione o altro. Allora bisogna mostrare i muscoli e far rispettare l’originale. Preside della facoltà di Lingue a Pisa, Mazzoni combatte anche la sua personale battaglia perché il lavoro del traduttore non sia snobbato dagli accademici. “Non tanto perché noi che traduciamo dal romeno siamo assai più pagati che altri. Il fatto è che c’e’ un atteggiamento quasi lobbistico che finisce per avere ricadute culturali. Io per esempio, traducendolo, sono riuscito a far conoscere in Italia un grande autore come Mircea Cartarescu”. Che l’Accademia non voglia sporcarsi le mani con un lavoro artigianale?.”Artigianato, si, di questo si tratta” racconta Adelaide Cioni. “Io lavoro sulle parole come su un pezzo di creta. Rielaboro, limo, risolvo. E a volte, quando sono stanca, ho bisogno di fare lo stesso artigianato, ma non più con le parole e allora vengo qui a riparare motorini ma soprattutto vespe. “Mostra l’officina storica di Vito e intanto si pulisce le mani. “Molti libri li porto qui e quando ho un problema mi metto al lavoro su un motore e ci penso insieme a Vito. E’ lui che mi ha aiutato più di tutti”.
Sotto una moto anni Sessanta l’uomo tira fuori la testa sporca di grasso e sorride.


Autore dell'articolo: Matteo Nucci
Fonte: Il Venerdi di Repubblica
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Saramago: non basta una risata per sconfiggerlo

venerdì 25 settembre 2009

Il testo che pubblichiamo è tratto da "Il Quaderno" di Josè Saramago, in uscita da Bollati Boringhieri, con la prefazione di Umberto Eco. Il libro del Nobel per la letteratura, è una specie di diario di letture,suggestioni, ricordi, riversati nel blog. "L'Espresso" ha scelto le pagine riguardanti Silvio Berlusconi, e che hanno fatto si che il libro sia stato rifiutato dal suo storico editore, Einaudi, controllato dalla Mondadori.

Berlusconi and company

Secondo la rivista nordamericana "Forbes", il gotha della ricchezza mondiale, la fortuna di Berlusconi ascenderebbe a quasi 10 mila milioni di dollari. Onoratamente guadagnati, è chiaro, sebbene con non pochi aiuti esterni, come ad esempio il mio. Essendo io pubblicato in Italia da Einaudi, proprietà del detto Berlusconi, qualche soldo glielo avro' fatto guadagnare. Un'infima goccia d'acqua nell'oceano, ovviamente, ma che gli sarà servita almeno per pagarsi i sigari, ammettendo che la corruzione non sia il uo unico vizio. Salvo quel che è di comune dominio, so pochissimo di vita e miracoli di Silvio Berlusconi, il Cavaliere. Molto piu' di me ne saprà sicuramente il popolo italiano, che una, due, tre volte lo hanno insediato sulla poltrona di Primo Ministro. Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio della domocrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi per ottenere il potere. Cio' significa che il popolo sa molto bene quel ch vuole quando è chiamato a votre. Nel caso concreto del popolo italiano - perchè è di esso che stiamo parlando, e non di un altro (ci arriveremo) - è dimostrato come l'inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferete a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel Paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione, che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? Eca de Queiroz diceva che, se facessimo circolare una bella risata intorno a una istituzione, essa crollerebbe, ridotta in pezzi. Questo, un tempo. Che diremo del recente divieto, emesso da Berlusconi, alla proiezione del film "W" di Oliver Stone? Fin li sono arrivati i poteri del Cavaliere? Come è possibile che si sia commesso un tale arbitrio, sapendo per di piu' che, per quante risate ci potessimo fare intorno ai Quirinali, questi non cadrebbero?Giusta è la nostra indignazione, pur dovendo compiere uno sforzo per capire la complessità del cuore umano. "W" è un film che attacca Bush, e Berlusconi, uomo di cuore ome puo' esserlo un capo mafia, è amico, collega, fautore dell'ancora presidente degli Stati Uniti. Sono fatti l'uno per l'altro. Quel che non sarà ben fatto è che il popolo italiano accosti a una quarta volta alle natiche di Berlusconi la sedia del potere. Non ci sarà, allora, risata che ci salvi.

Che fare con gli italiani?

Riconosco che la domanda potrà sembrare alquanto offensiva a un orecchio delicato. Ma che succede? un semplice privato che interpella un intero popolo, che gli chiede il conto per l'uso di un voto che, con sommo gaudio di una maggioranza di destra sempre piu' insolente, ha finio per fare di Berlusconi il padrone e signore assoluto dell'Italia e della coscienza di milioni di italiani? Anche se in verità, voglio dirlo subito, il piu' offeso sono io. Si, proprio io. Offeso nel mio amore per l'Italia, per la cultura italiana, per la storia italiana, offeso, anche, nella mia pertinace speranza che l'incubo abbia fine e che l'Italia possa recuperare l'esaltante spirito verdian che è stato, un tempo, la sua migliore definizione. E che non mi si accusi di star mescolando gratuitamente musica e politica, qualunque italiano colto e onorato sa che ho ragione e perchè. E' appena giunta notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Ben vengano, il suo Partito democratico è cominciato come una caricatura di partito ed è finito, senza parole nè progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica. (...)Veltroni è responsabile, certo non l'unico, ma nell'attuale congiuntura, il maggiore, dell'indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all'anima sua.

La democrazia in crisi

L'eminente statalista italiano che ha nome Silvio Berlusconi ha appena partorito nel suo privilegiato cervello un'idea che lo colloca definitivamente alla testa del gruppo dei grandi pensatori politici. Egli vuole, per ovviare ai lunghi, monotoni e lenti dibattiti, sveltire le procedure parlamentari alla camera e al senato, che siano i capigruppo a esercitare il potere di rappresentanza, liberandosi al contempo del peso morto di deputati e senatori che, nella maggior parte dei casi, non aprono bocca se non per sbadigliare. A me, devo riconoscerlo, pare una buona cosa. I rappresentanti dei maggiori partiti, tre o quattro diciamo, si riunirebbero in un tassi alla volta di un ristorante dove, attorno a un buon pasto, prenderebbero le decisioni. Li seguirebbero, ma in bici, i rappresentati dei partiti minori, che mangerebbero al bancone, nel caso ci fosse, o in una tavola calda nei paraggi. Niente di piu' democratico. (...)Mi si dirà che questo Cavaliere non è da prendere sul serio. Si, ma il pericolo è che si finisca per non prendere sul serio quelli che lo eleggono.

Fonte: L'espresso
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Disastro: le librerie storiche milanesi chiudono

martedì 1 settembre 2009

Un caso le librerie chiuse di Milano
«Aiutateci, come in Francia»
Ad ottobre una manifestazione a Roma


MILANO - I giorni in cui entrava Mina, che giorni. Le visite del giornalista Gaetano Tumiati, le richieste di una cliente abituale, la scrittrice Valeria Montaldi, e i legami che nascono su un consiglio di lettura, la cultura come abitudine della gente comune. Se e quando un libro racconterà la vicenda della Libreria di Porta Romana, a Milano, in questa storia conteranno i dettagli: 32 anni di «buona volontà » e in fondo l’epilogo segnato da «motivi economici e finanziari ». Si chiude bottega, l’ha annunciato ieri al Corriere il titolare, Aldo Palazzi: «Al mio posto, in autunno, aprirà una banca. È un brutto momento, e non vedo alternative». Il momento: librerie «schiacciate tra caduta dei consumi e stretta creditizia », commercianti «strozzati dagli affitti», negozi storici svuotati «dalla concorrenza e dagli sconti di catene editoriali e supermercati». È una questione di regole, sostengono i piccoli e indipendenti: «Non siamo tutelati». A Milano, negli ultimi mesi, hanno chiuso prima gli Archivi del Novecento e poi la Libreria del Giallo. Porta Romana è la prossima. Con lei, scrivono i lettori su Corriere.it, «se ne va un altro pezzo della vecchia Milano». E neppure l’ultimo.
Lo scrittore Gianni Biondillo ha una teoria: «Se le librerie iniziano a chiudere nella città in cui si legge di più, e non in un paesino di provincia, preoccupiamoci davvero: è una tendenza che può solo aggravarsi. Siamo un Paese, nonostante tutto, ancora analfabeta di letture». Milano, Italia. L’annuncio funebre in corso di Porta Romana apre la riflessione sul rapporto tra impresa e cultura, tradizione e distribuzione, scaffali di legno e catalogo Amazon, vita di quartiere e rete Internet. «Non si può ridurre il ruolo delle piccole librerie a una pura logica commerciale», sostiene l’assessore milanese alla cultura, Massimiliano Finazzer Flory: «Una classe politica coraggiosa deve dire da che parte sta, attraverso affitti flessibili e incentivi. Io non ho dubbi: sto coi librai».
I bottegai del libro sono una categoria di indipendenti accomunati dalla crisi: «Resistere è dura», a Milano centro e nell’ultima periferia. Pessimisti!, li bacchetta il vicepresidente dei librai milanesi, Salvatore Lombardo: «Basta con quest’abitudine di suonare il requiem». Abitudine? Giorgio Lodetti gestisce lo storico negozio Bocca in Galleria: «Il Comune mi ha triplicato l’affitto, da 26 a 70 mila euro. Troppo». Non stanno meglio i commercianti di Napoli, Firenze e Palermo. Storie di paure e chiusure, tenacia e passione: «Il futuro passa da specializzazione e professionalità». Ma prima, a ottobre, «faremo una grande manifestazione»: la propone Marcello Ciccaglioni, capo dei librai romani: «Vogliamo una legge che regolamenti il mercato, come in Francia».
Gianni Pettenati davanti alla sua libreria Fata & Celeste (Fotogramma)In Italia, tutto divide. Anche i libri. I quasi cento commenti sul sito del Corriere si riassumono in due categorie. La prima, romantica: «Salviamo le piccole librerie, hanno un’anima». La seconda, realistica: «Non basta, un po’ moralisticamente, dichiararsi indipendenti per farsi preferire alla grande distribuzione ». Seguono analisi sui costi, i servizi, i tempi che cambiano. Brunello Cavalli è un piccolo editore (Sbc): se le librerie saranno sostituite dai grandi marchi, sostiene, «verranno privilegiate sempre più le politiche legate ai nomi di richiamo (veline, calciatori, politici) e sempre meno le scelte di qualità. La colpa, forse, è anche di noi editori minori che non abbiamo saputo far fronte comune».
La libreria in corso di Porta Romana è già irriconoscibile: Palazzi ha tolto le insegne e coperto le vetrine con la carta da pacchi. Dopo di lui, forse, toccherà a Piermario Riva, titolare del negozio di libri per bambini Fata & Celeste: «L’ho aperto cinque anni fa con il cantante Gianni Pettenati, è un punto di riferimento per le famiglie del quartiere. Ci troveremo, a breve, a dover sospendere l’attività». La libreria di via Rugabella prende il nome da Mauro, che di cognome fa Burlini: «Anche io, a gennaio, sarò costretto a chiudere ». Dopo 56 anni di lavoro.

Armando Stella
Fonte: http://www.corriere.it/


Dopo la Sharlockiana, Babele, Bocca e gli Archivi del Novecento, un'altra libreria storica chiude...e intanto a Milano c'e' chi, La Moratti in primis, si professa strenuo difensore della cultura...E meno male, aggiungerei...con evidente sarcasmo molto incazzato.
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L'ebook porterà alla rinuncia del cartaceo? Risponde...

venerdì 7 agosto 2009


Il libro sopravviverà? Per Sandro Veronesi, scrittore di Caos Calmo, si: "Sopravviverà e non per feticismo, ma perchè è perfetto, giustamente ingombrante, pieno di eros".


Eppure le piu' grandi case editrici si interrogano sul suo futuro


Non credo che nè io nè i nostri figli ne faremo a meno. Non per nostalgia ma per la sua assoluta unicità. Il libro è manualità, è un contesto, è sensualità


Anche gli Lp musicali lo erano.


La musica per i ragazzi oggi significa Mp3, IPod, chiavette. Non dico che i romanzi in digitale non abbiano senso, penso che saranno materiali aggiuntivi, supporti e usi diversi, ma non oggetti sostitutivi. In cinquecento anni il libro non è mai cambiato, se non nella "confezione". E' decisivo e inalterabile come il mattone. Insomma, ha un'identità che è difficilmente sostituibile, ha un volume, una pesantezza che gli giova: non si perde, non si confonde, si sgualcisce ma non si cancella"


Le dispiacerebbe una sua opera in formato e-book?


Direi di no, per me cambia poco, e credo che sia uno strumento utile per l'utente abituato a un consumo elettronico. Ma a rimetterci sarebbe il lettore. La fisicità della lettura è un'esperienza totale, sensoriale e simbolica. Per scavalcare questa matericità ci vuole molto piu' che l'e-book, servirebbe un oggetto erotico quanto un libro.


Articolo tratto da Repubblica, intervista di Alessandra Retico.
La mia opinione:
Credo che Veronesi abbia espresso quello che è il pensiero di noi comuni-mortali lettori medi sulla magia del libro e sull'assoluta esigenza di chi legge di poter toccare con mano un libro, viverlo sfogliandolo, divertendosi e perdendo ore ad andare in libreria e a sistemare i libri, ordinandoli anche piu' volte, sui propri scaffali della libreria fisica. Sono tutti momenti che io personalmente vivo con totale passione, che non riesco nemmeno a immaginare di rinunciarci. E' esattamente quello che mi rende felice di essere un lettore accanito. Le piccole grandi cose fisiche che è in grado di regalarti un libro non ha prezzo. Speriamo davvero che il libro elettronico non prenda piede. Non tutto il progresso puo' migliorare.
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Ancora Saramago su Berlusconi

lunedì 22 giugno 2009

Duemila e cinquanta anni fa, giorno più giorno meno, in un’ora simile a questa, il buon Cicerone stava gridando la sua indignazione nel senato di Roma o nel Foro romano: “Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”, e chiedeva una volta di più al vigliacco cospiratore che aveva voluto ucciderlo per impadronirsi di un potere al quale non aveva alcun diritto. La Storia è tanto prodiga, tanto generosa, che oltre a darci eccellenti lezioni sull’attualità di alcuni eventi d’altri tempi, ci lascia anche, per nostro uso, alcune parole, alcune frasi che, per una qualche ragione, hanno finito per gettare radici nella memoria dei popoli. La frase che ho citato prima, fresca, vibrante, come se fosse stata pronunciata un attimo fa, è senza dubbio tra quelle. Cicerone fu un grande oratore, un tribuno di enormi mezzi espressivi, però è interessante notare come in questo caso abbia preferito utilizzare termini tra i più comuni, che avrebbero potuto uscire dalla bocca di una madre che rimprovera il figlio irrequieto. Con l’enorme differenza che quel figlio di Roma, quel tale Catilina, era un mascalzone della peggior specie, sia come uomo che come politico.La Storia d’Italia per qualcuno è sorprendente. E’ un lunghissimo rosario di geni, pittori, scultori o architetti, musicisti o filosofi, scrittori o poeti, miniatori o artisti, un numero senza fine di gente sublime che rappresenta quanto di meglio l’umanità ha pensato, immaginato, fatto. Non mancano certo le catiline di caratura più o meno forte, però nessun paese ne è esente, è una lebbra che tocca a tutti. Il Catilina di oggi, in Italia, si chiama Berlusconi. Non ha bisogno di dare la scalata al potere, perché è già suo, ha abbastanza denaro per comprare tutti i complici di cui ha bisogno, compresi giudici, deputati e senatori. E’ riuscito nell’impresa di dividere il popolo italiano in due parti: quelli cui piacerebbe essere come lui e quelli che già lo sono. Adesso promuove l’approvazione di leggi discriminatorie in modo assoluto contro l’immigrazione illegale, si inventa pattuglie di cittadini per collaborare con la polizia nella repressione fisica dei migranti senza documenti e, colmo dei colmi, proibisce ai figli di padri immigrati di essere iscritti nei registri civili. Catilina, quello storico, non avrebbe fatto di meglio.Dicevo prima che la Storia d’Italia per qualcuno è sorprendente. Per esempio, sorprende che nessuna voce italiana (almeno che io sappia) abbia ripreso, adattandole ma di poco, le parole di Cicerone: “Fino a quando, Berlusconi, abuserai della nostra pazienza?”.Bisognerebbe provarci, magari si avrà qualche risultato e magari, per questo o per qualche altro motivo, l’Italia tornerà a sorprenderci.
Grassetto

Altri stralci interessanti:

«Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però in­fine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo».

Perché arrivare a paragona­re Berlusconi a un «capo della mafia»? Saramago ri­sponde: «Davvero le sem­bra esagerato? È sicuro? Al­meno mi concederà che ha una mentalità mafiosa».

«Le qualificazioni che ho dato di Berlusconi non nascono dalla mia testa ma si basa­no su informazioni giornali­stiche che ogni giorno appa­iono sulla stampa europea. Io semplicemente osservo e concludo. Con dispiacere, naturalmente»

«Quando tutte le opinioni che si diffonde­vano sulla capacità creati­va, sulla modernità e talen­to artistico erano favorevo­li, non ricordo nessuno che si lamentasse di questi giu­dizi. Ora le cose sono cam­biate. L’Italia non è più il Pa­ese che emoziona, ma sor­prende non certo per le mi­gliori ragioni. Né l’Italia né coloro che amano questo Paese meritano lo spettaco­lo politico di fascinazione malata per Berlusconi»

Sarama­go è severo con Berlusconi ma anche con gli italiani, il cui sentimento «è indiffe­rente a qualsiasi considera­zione di ordine morale». Ma «nella terra della mafia e della camorra che impor­tanza può avere il fatto pro­vato che il primo ministro sia un delinquente?». L’au­tore del Quaderno arriva a paragonare il nostro capo del governo a «un capo ma­fioso ».

Tratto da "Il Quaderno" che Einaudi per via del suo padrone ha deciso di censurare. Come se fossimo in un regime totalitario. Ma evidentemente, un regime totalitario, lo siamo a tutti gli effetti. Beati coloro i quali nascondo la testa sotto la sabbia facendo finta di nulla.
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Saramago risponde alla decisione dell'Einaudi

domenica 21 giugno 2009



La casa editrice italiana Einaudi, proprietà di Silvio Berlusconi, non pubblicherà “Il quaderno” in quanto contiene critiche dirette al primo ministro italiano e magnate della comunicazione. Cosa ne pensa di questa decisione?

Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Berlusconi è padrone e signore di Einaudi, era scontato che avrebbero preso una decisione contro l’impertinente scrittore che gli crea seccature. Bisogna ammettere che gli editori non potevano far altro che obbedire agli “ordini” del despota. I loro posti di lavoro sarebbero stati in pericolo se avessero deciso di pubblicare “Il quaderno”. Come minimo il giorno dopo si sarebbero ritrovati in mezzo a una strada.

Cosa accadrà con l’edizione italiana de “Il quaderno”?“

Il quaderno” sarà pubblicato in Italia dalla casa editrice Bollati Boringhieri che, grazie alla sua disponibilità, è diventata la mia nuova casa editrice. Per quanto riguarda Einaudi, non ho nulla contro gli editori, piuttosto contro il proprietario dell’azienda.

Come sta andando l’avventura da blogger che ha intrapreso lo scorso mese di settembre?

Meglio di quanto avrei potuto immaginare. Mi colpisce in particolare la velocità di risposta dei lettori e la sincerità che esprimono, come se fossimo tra colleghi…

Che sensazione prova nel vedere raccolti ne “Il quaderno” i testi che ha scritto per il suo blog?

Mi risulta un po’ strano. Io non stavo scrivendo un libro, ed ecco che il libro appare, fatto e finito come se fosse stato progettato. La sensazione è che un’altra persona, che non sono io, abbia scritto queste pagine. Anche se quando le leggo non solo le sento mie ma penso anche che, come ho scritto sulla quarta di copertina, abbiano in qualche modo illuminato il cammino di giorno in giorno.

Come blogger, che funzione attribuisce ad Internet nello scambio di opinioni? Ha cambiato idea sulla rete?

In questo momento credo che Internet abbia soltanto sfiorato la superficie di un auspicabile scambio di opinioni. Tutti credono di avere idee e rifiutano le gerarchie di pensiero che, lo vogliamo o no, esistono. La conclusione, quindi, è che tutto è uguale a tutto, si confondono i ruoli e il concetto di autorità. Ma si tratta di una confusione iniziale, il caos è un ordine da decifrare e anche in rete arriverà il giorno in cui si riuscirà a non confondere pan per focaccia.

Per il resto dell'intervista, cliccare su:

http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=43100&idsezione=3
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